le intuizioni ovvie di claudio messora
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giovedì 3 luglio 2008

Leopardi come Nostradamus.

Sempre caro mi fu quest'ermo colle1,
E questa siepe2, che da tanta parte
De l'ultimo orizzonte il guardo3 esclude.
Ma sedendo e mirando, interminato
Spazio di là da quella, e sovrumani
Silenzi4, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo5, ove per poco
Il cor non si spaura6. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando7: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni8, e la presente
E viva, e 'l suon di lei. Così tra questa
Infinità s'annega il pensier mio:
E 'l naufragar9 m'è dolce in questo mare10.


Leopardi aveva capito tutto. L'Infinito è stato scritto con una straordinaria capacità di anticipare i tempi. Dal Colle1, Napolitano lancia i suoi moniti. La fitta siepe2, la grande muraglia sulle frontiere, separa il nostro sguardo3 dal mondo oltreconfine. Nei silenzi4 dell'informazione noi ci fingiamo5 liberi, ci fingiamo uno stato democratico. Non so a voi, ma a me il cor si spaura6, e non poco. Quando faccio il raffronto7 tra quello che dicono di noi, e quello che ci viene detto, il mio pensiero va alla stagione morta8 della democrazia. Sì: stiamo naufragando9. In un mare10. Peccato non sia acqua!

Raccoglie l'appello SAVEITALIANS un nostro connazionale da anni al di là della siepe. Il suo nick su YouTube già da solo è un programma: freedomanddemocracy. Ascoltiamolo.

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lunedì 30 giugno 2008

Storie di ordinaria manipolazione

Lunedì 30 giugno 2008. Rai o mediaset, non fa differenza: la scaletta dei telegiornali è dettata da un'unica agenzia di stampa. Proprio come voleva Licio Gelli nel Piano di Rinascita Democratica di Propaganda 2. Arriva il dictat: giustificare Maroni che prende le impronte digitali ai piccoli rom. La strategia di comunicazione è semplice. Prima si mostra Maroni con un modulo in mano, zeppo di impronte già rilevate, mentre con fare tranquillizzante è intento a spiegare come l'operazione in sè e per sè non costituisca alcuna violazione dei diritti umani. Nel servizio che segue, a immediato supporto della tesi precedente, si da notizia dell'arresto di otto rom che obbligavano i figli a rubare nelle case. Diversi telegiornali, stesso identico copione. Bambini rom che rubano nelle case! Che notizia da premio Pulitzer! Era talmente una novità che valeva senz'altro la pena darla, a reti unificate, subito dopo Maroni papà buono che prende le impronte ai bambini rom. Probabilmente gli stessi bambini rom. Non mi interessa se sia giusto o sbagliato schedare un'etnia, voglio mostrarvi come si imbandisce un'informazione e la si serve sul tavolo dell'opinione pubblica. Licio Gelli si frega le mani soddisfatto.

Il TG5, immediatamente dopo, parla dello scandalo delle intercettazioni. Anzi no. Dovrebbe! Invece mostra un Berlusconi in doppio petto blu, circondato da eleganti collaboratori mentre sfoggia uno smagliante sorriso a scimitarra. La stessa con cui decapita l'informazione libera. Mostra anche un Bossi, anche lui papà buono, che insegue il dialogo, ma a patto che quell'irresponsabile di Di Pietro la smetta di essere così irragionevole! E poi mostra un Casini duro, che suggerisce a Veltroni di scaricare l'Italia Dei Valori. Tutti esponenti della stessa fazione anti-Di Pietro. E Di Pietro? Dove sono le sue dichiarazioni? Dov'è il suo doppio petto blu, il suo sorriso smagliante mentre espone le sue ragioni? All'opinione di Di Pietro viene dedicata solo una frase nel finale di servizio, scontornata e priva di incisività. Ma come! Non è questo il bel paese della Par Condicio? Quello dove ci si scandalizza delle dichiarazioni di un giornalista che non può nemmeno essere intervistato se non è presente un membro del regime a demolirlo?
No, questo è il paese dove un Presidente del Consiglio può utilizzare il servizio pubblico per elargire favori e guadagnare consensi per i suoi affari. E' il paese dove i dirigenti che assecondano i desideri del Rais e vengono scoperti, vengono reintegrati dalla magistratura nel loro incarico come se nulla fosse (è di oggi una sentenza che impone alla RAI di rimettere Saccà al suo posto). Ma come? I magistrati non erano tutti rossi mangiabambini? No, evidentemente solo quelli che fanno indagini scomode. E' il paese dove i telegiornali non parlano dei processi del premier, ma si occupano di screditare i suoi contestatori.

Storie di ordinaria manipolazione.

Nel prossimo post vedremo come tutto quello che sta avvenendo corrisponda minuziosamente ad un piano che risale agli anni 70, scrupolosamente messo in atto dal disceplo numero 1816.

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venerdì 20 giugno 2008

Riavviamo The Matrix!

Pensate ad uno spot della RAI. Avete presente Rai. Di tutto, di più?. Ecco. Ora immaginate che ne esca uno nuovo, nel quale vengano mostrate immagini tratte del regime birmano, il Myanmar. Nello spot si vede una carrellata dei comandanti militari alla guida del paese. Poi, qualche scena delle violente repressioni sui monaci buddisti, girate con i cellulari per via della censura. Poche immagini, e poi uno slogan:

"Per fortuna la RAI è italiana. Noi le cose ve le mostriamo."

Tirate un sospiro di sollievo. Una doppia fortuna! Innanzitutto quella di non essere un monaco buddista, e poi quella di vivere in Italia, dove per fortuna l'informaziona è libera.


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Fermi! E' in arrivo una doccia gelata. Tutto quello che non vi dicono è vero. Per esempio che in Europa, ci sono televisioni di stato che girano i loro spot così:

"Silvio Berlusconi controlla il 90% dei canali televisivi nazionali in Italia.
Nel 2001 è divenuto Primo Ministro dopo una massiccia campagna elettorale. Subito dopo ha dichiarato che si sarebbe impegnato a vendere uno dei suoi canali. Invece, ha modificato la legge.

Televisione svedese. Televisione libera.
"

In Svezia, l'equivalente di Rai. Di tutto, di più.

Ho sempre creduto di vivere in un paese libero. Ho sempre pensato all'Italia come uno dei paesi più democratici in assoluto. Ora sono confuso, e non sono più sicuro di niente.

Gli italiani vivono in una realtà virtuale appositamente programmata. Stacchiamo lo spinotto e guardiamo il vero volto del nostro paese.

Riavviamo The Matrix!

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domenica 15 giugno 2008

Il gene della morte.

Mia nonna aveva un colapasta. Mia madre aveva un colapasta. Io sto ancora utilizzando lo stesso colapasta di mia madre e di mia nonna. E' di acciaio. Quando lo tieni in mano hai una piacevole sensazione di pesantezza. E' robusto. Mia madre ha avuto una battitappeto, la stessa per tantissimi anni. Era della Hoover. Io in quattro anni ho dovuto cambiare tre o quattro aspirapolvere. Sempre della Hoover.
Oggi esiste un solo comandamento, e non è costruire, ma distruggere. Gli oggetti sottostanno ad una obsolescenza pianificata. Hanno il gene della morte.


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Solo così è garantito che il consumatore continui ad essere tale. In alcune comunità non esiste questa schizofrenia dialettica: produttore e consumatore coincidono. Si rompe una sedia? Papà va nel capanno degli attrezzi: quattro viti, un paio di chiodi e torna su con una sedia nuova. E non esiste nessuna lista nozze. Gli sposi iniziano mesi prima a costruirsi le cose: scodelle, posate, mobili. Di legno. Quando si rompono, i pezzi si possono riassemblare diversamente. Oppure si bruciano nel camino e si genera calore.
Noi, invece, caliamo nei centri commerciali come stormi di cavallette. Il novanta percento di quello che paghiamo è destinato a veline, calciatori, personaggi dello spettacolo... Gente che già sta bene di suo. Per bere un litro di acqua dobbiamo pagarne altri nove! La pubblicità è l'arsenale di armi con il quale famelici cacciatori aziendali, gli uomini del marketing, vanno a caccia di prede nella savana dei consumatori. Include soprattutto armi non convenzionali, escluse da qualsiasi trattato. Una zona franca dell'etica.
Non siamo neppure i veri destinatari delle cose: noi le deportiamo e basta. Nelle discariche. Non siamo che intermediari tra le aziende e gli inceneritori. Siamo i netturbini delle catene di montaggio. Lo scopo di una fabbrica non è fabbricare cose utili, ma fabbricare. Sempre. Comunque. E per non saturare il mercato, le cose devono rompersi in fretta. Un canone di noleggio travestito da prezzo di vendita. Così, nell'ecosistema aziendale, gli acquirenti sono quelli che devono liberare i magazzini. Il prodotto, una volta venduto, non ha più valore. Anzi, il contratto di garanzia è un fastidio. Provate a portare un telefonino al centro assistenza. Le aziende ci affidano il loro pattume. Per smaltirlo. A nostre spese! Una donna delle pulizie almeno si fa pagare. La tarsu dovrebbe attribuirsela l'imprenditore che progetta beni a termine, deperibili. E' lui che immette nell'ambiente montagne di spazzatura ad orologeria.
Il mondo si sta trasformando in una immensa discarica. Non resterà che una sola cosa da fare: incenerirlo.


La storia delle cose. (terza parte)
Guarda tutte e tre le parti.


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giovedì 12 giugno 2008

Il destino dei profeti

Prima venne la tribù. Il capo era uno dei suoi membri. Quello più forte. Non c'era bisogno di raccontare le cose, perchè delle cose stesse tutti erano parte. Poi le tribù iniziarono ad incontrarsi, nei grandi raduni. Chi ci era stato, tornava sempre con una storia buona per il focolare, la sera. E con una collanina di conchiglie.
Ci volle allora un capo tra i capi, così inventammo il re. Dalla gente, lo separava l'esercito. Le pesanti mura di palazzi e castelli, sempre più grandi, nascondevano al popolo i luoghi dove si prendevano le vere decisioni. La verità non fu più immediatamente percepibile: qualcuno doveva raccontarla. Magari dandole una limatina prima di affidarla agli araldi.

Così nacque il sospetto. E con il sospetto i suoi profeti.


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Gente strana, bene informata. O semplici pazzi, ma tutti fuori dal palazzo. Quindi, per la gente, più affidabili. Li potevi ascoltare nei mercati, nelle piazze. Ti mettevano in guardia, contestavano la verità ufficiale. E facevano proseliti!
Così, il potere dovette prendere le sue contromisure e inventò la censura. Le teste presero a rotolare giù dai ceppi come castagne mature, ma la leggenda sopravviveva. Talvolta in eterno! Alcuni profeti organizzarono dei controeserciti. Altri divennero martiri. Scherniti dal regime. Celebrati dalla storia.
E quando fu versato abbastanza sangue perchè potesse essere rivendicata la libertà di parola, il potere prese ancora una volta le sue contromisure, e inventò l'informazione. Con la I maiuscola. In questo modo le parole vennero divise in sacre e profane, ufficiali e senza valore. I profeti continuarono a parlare, ma non erano più credibili. Alcuni divennero attrazioni di regime, confinati nell'angolo di un parco, lo Speaker's Corner, e lì vennero lasciati liberi di fare il loro numero da circo, di fronte a capannelli di persone divertite.

Poi nacque la rete.

Le informazioni iniziarono a tracimare dalla diga dei media ufficiali, voce dell'establishment, e iniziarono a diffondersi in maniera incontrollata. I profeti vi si riversarono, ed iniziarono a chiamare a sè il popolo, fino ad allora tenuto in coma farmacologico. Dapprima con i loro scritti, poi con le loro immagini, finchè dalla rete tornarono a riempire le piazze.
Non è ancora chiaro come, non è ancora chiaro quando, ma se la storia insegna davvero qualcosa, il potere prenderà una volta ancora le sue contromisure. Probabilmente lo farà dall'interno: dividendo la rete buona da quella cattiva, la rete autorevole e ufficiale da quella sovversiva e criminale. La gente pagherà per ascoltare una versione conveniente della verità, annunciata dai nuovi araldi.

Ma i profeti, i profeti... Loro troveranno sempre il modo di tornare a parlare.

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mercoledì 4 giugno 2008

Silvio e Mubarak: a scuola di regime!

Lo giuro! Io volevo smetterla di parlare di Berlusconi, ma non posso.. Non posso proprio! Perchè questa volta è quasi più imbarazzante del solito!
Sentite cosa dice a Mubarak durante la conferenza stampa del 4 di giugno tenutasi a Palazzo Madama per ufficializzare il partenariato strategico rafforzato tra l'Italia e l'Egitto.

"Presidente, le chiedo scusa ma.. anche lei avrà delle questioni interne ogni tanto, e verrò a scuola da lei per sapere come riesce a superarle, visto i suoi quasi trent'anni di permanenza alla guida del suo paese."


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Giusto. Come riesce a superarle, Mubarak, le sue crisi interne? Vediamo da chi vuole andare a scuola Berlusconi.

Mubarak è il quarto presidente egiziano. In carica dal 14 ottobre 1981, dopo una brillante carriera militare, in parte dovuta alla sua permanenza nella Scuola Sovietica di Addestramento Piloti, nella Repubblica Sovietica di Kyrgyzstan.

Capo della delegazione militare egiziana in URSS dal 1964. Capo di Stato Maggiore delle Forze Aeree Egiziane durante la guerra dell'attrito tra l'Egitto e Israele (1967 - 1972) voluta dal Presidente Nasser. Viceministro della Guerra dal 1972, arrivò fino alla posizione di vicepresidente, ma è solo con l'assassinio dell'allora Presidente Sadat che assurse alla più alta carica dello stato.
Anwar Sadat. Quello che a Cmap David firmò il trattato di pace con Israele, per il quale insieme a Begin vinse il premio Nobel per la pace nel 1978. Quello che diceva:

"There can be hope only for a society which acts as a one big family,
not as many separate ones
"

(ndr: Può esserci speranza solo per una società che si comporta come un'unica grande famiglia, non come tante famiglie divise).

Quello, appunto, assassinato dai fondamentalisti durante una parata al Cairo, il 6 ottobre 1981.

Otto giorni dopo, il 14 ottobre 1981 Mubarak diviene Presidente della Repubblica Araba d'Egitto, e viene rieletto altre quattro volte: nel 1987, 1993, 1999 e nel 2005, nel corso di elezioni molto strane, criticate dagli osservatori internazionali. Quando dico strane, intendo che nessuno, a parte lui ovviamente, aveva potuto parteciparvi, a causa di speciali restrizioni costituzionali.

Il 26 febbraio 2005, a seguito di forti pressioni interne e internazionali, Mubarak chiede alla stampa, a lui asservita, e al Parlamento, a lui asservito, di modificare la Costituzione per permettere un'elezione multi partitica, garantendosi prima però la nomina, sanzionata in un referendum privo di opposizioni.

le istituzioni elettorali e l'apparato di controllo sono sotto la cappa presidenziale, così come gli strumenti di comunicazione di massa ufficiali: tre quotidiani governativi e la televisione di stato che si esprimono all'unisono.
Così, il 7 settembre 2005, data delle elezioni, gli osservatori neutrali segnalano migliaia di voti falsificati a favore di Mubarak, attribuiti a elettori non registrati, che non potevano votare!
Un candidato di un partito avverso, il dottor Nur, si azzarda a contestare i risultati elettorali e chiede la ripetizione delle elezioni. Poco dopo viene pretestuosamente arrestato.

Tutto qui? Macchè!

Circola voce che Mubarak, avviando il processo di privatizzazione, abbia favorito uno dei suo figli, Alà. Una cosa che, non so perchè, mi fa pensare alla storia degli incentivi statali sui decoder per il digitale terrestre, all'epoca del governo Berlusconi, quando si scoprì che il fratello Paolo aveva una percentuale proprio in una società che commercializzava decoder.
Per onorare la tradizione faraonica, quella della linea dinastica di origine divina, per intenderci, sembrerebbe che alla guida dell'Egitto si prepari una successione in pectore dell'altro figlio di Mubarak, Jamal.

Insomma, un regime, quello egiziano, con i fiocchi e con i controfiocchi, dove i bloggers finiscono in galera, sotto il forte peso dell'apparato militare. E ve lo dice uno che in Egitto, c'è nato!

Silvio.. Silvio, dammi retta! Se proprio vuoi tornare a scuola alla tua età, vieni qui in rete: te lo facciamo noi un bel corso di Democrazia Avanzato.


Le riprese visibili nel video sono state effettuate il 7 settembre 2005, con i cellulari, di nascosto, dai blogger egiziani durante le elezioni vinte come sempre da Hosni Mubarak. e mostrano le evidenti falsificazioni ad opera dei burocrati del potere.
Un disperato tentativo di lanciare un messaggio in bottiglia affinchè altri sapessero, e i capi di governo agissero.
In tutta risposta il popolo italiano, per bocca del suo Premier, dichiara di voler imparare da Hosni Mubarak come si prende e si mantiene il potere in una repubblica.

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